Verticalità nipponica e orizzontalità giapponese
Daisuke Yokota e Max Pinckers al foto-forum

Text by Allegra Baggio Corradi.
First published in Franzmagazine, Italy, 2016.

E’ visitabile fino al 18 giugno la mostra che Foto-Forum, in collaborazione con gli studenti dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Urbino e l’Università di Bolzano, dedica a due giovani fotografi contemporanei: Daisuke Yokota (Saitama, Giappone, 1983) e Max Pinckers (Bruxelles, Belgio, 1988). Tema centrale dell’esposizione è il Giappone, indagato attraverso l’instaurazione di un dialogo tra approcci fotografici agli antipodi. Il teatrale e il documentario, l’intuizione e la scientificità, l’Occidente e l’Oriente si intrecciano in un percorso espositivo che si sviluppa su due livelli: l’orizzontalità e la verticalità. Due dimensioni fisiche che corrispondono ad altrettante visioni di una terra deformata dagli stereotipi di chi non la abita ed erosa dallo sguardo di chi la vive.

Quella di foto-forum è una mostra di opposti e il suo contenuto distillabile attraverso coppie di termini divergenti:

Estemporaneità ed Esperienza
La nippo-mania che ha invaso l’Europa negli ultimi anni porta con sé le proiezioni di un’essenza che l’Occidente ha stabilito appartenere al Giappone. In realtà i sumo, i bonsai, il sushi e le geishe non sono che fantocci che noi burattinai del vecchio continente abbiamo giostrato per costruire un intrattenimento esotico dal quale trarre profitto –economico ovviamente-. La mostra che foto-forum dedica al Giappone non contiene nulla di tutto questo. Niente sushi, niente geishe. C’è un bonsai e ci sono dei lottatori di sumo, ma sono comparse artificiali di fotografie allestite.

La cosiddetta “staged photography” di cui Max Pinckers è esponente, ispirata al lavoro di Jeff Wall e Hiroshi Sugimoto, demistifica la visione ideale costruita intorno alla cultura giapponese svelando l’artificiosità del pregiudizio occidentale attraverso episodi al limite dell’apocalittico alternati con scene di vita quotidiana apparentemente spontanee. Lottatori di sumo riuniti nel cortile di una casa, impiegati che recuperano fogli spazzati via da micidiali folate di vento, membri della Yakuza che leggono il giornale in soggiorno mostrando la schiena tatuata o ancora bottiglie di acqua poste in circolo intorno a un sasso per evitare che i cani facciano pipì sopra, un bonsai talmente perfetto da sembrare finto. Il Giappone di Max Pinckers è un luogo privo d’emozione, asettico, un laboratorio scientifico in cui sperimentare i conflitti ideologici determinati dallo scontro con una realtà differente da quella che desidereremmo.

La visione artificiosa di Pinckers contrasta con quella sensuale di Daisuke Yokota, giovane interprete della fotografia giapponese che si ispira apertamente al lavoro del Gruppo Provoke che negli anni ‘60 e ‘70 ruppe le rigide regole della tradizione fotografica nipponica codificando una nuova grammatica visiva sintetizzabile nella formula: rough, blurred and out of focus. E sono proprio aspre, sfuocate e fuori fuoco anche le fotografie di Daisuke che come il cane-fotografo Daido Moriyama, si aggira nel mondo non staccandosi mai dalla sua superficie, annusando gli odori, scavando insistentemente nelle sue profondità, corrodendone i colori e graffiandone la liscia pelle.

Daisuke pone l’osservatore nella condizione di voyeur, inducendolo ad assistere a scatti in cui il corpo maschile e femminile si fondono con colori che l’artista getta sulla superficie per aumentarne lo spessore fisico e materico. La tridimensionalità delle fotografie è evidente dalla granulosità di scene come quella di un paesaggio marino, placido e immobile in cui un monte si staglia con forza sul mare muto. Più in là, un telefono emerge da una sfuocata nube di nebbia grigia che agguanta la cornetta. Un ombelico nuota in un mare di acido corrosivo blu che smeriglia la pelle liscia del corpo. Il Giappone di Daisuke Yokota è un luogo carnale e sporco in cui la scientificità ossessiva e disinfettata di Pinckers non trova spazio.

Superficie e Profondità
Ciò che più colpisce degli scatti di Yokota è la loro matericità. Quasi fossero calchi in bianco e nero di scene vissute, strappi granulosi di una vita periferica che spesso viene tralasciata. Oggetti semplici: un telefono, un posacenere, un prato erboso. Profondità tridimensionali poggiate su essenziali pannelli di leggero compensato di legno posti a triangolo sul pavimento della galleria. Le fotografie sono esposte in ordine sparso, obbligando il visitatore a cambiare punto di vista in continuazione per dare un senso a ciò che osserva. Destra, sinistra, in tondo, nuovamente a destra. A seconda della posizione rispetto all’immagine cambia il pensiero in merito. Proprio come nella vita. A seconda della nostra posizione nel mondo, cambiano anche i nostri ragionamenti.

Gli scatti di Max Pinckers, invece, non offrono alcuna possibilità di scelta. La visione è indotta e condizionata dalla meticolosità del fotografo che obbliga il nostro sguardo a posarsi su punti particolari dell’immagine. Nessuna matericità, nessuna profondità. Solamente due dimensioni che si sviluppano lungo un’asse verticale. La direzione suggerita dagli scatti di Pinckers è rafforzata dall’allestimento delle immagini che al contrario di quelle di Yokota, sono esposte su pannelli di compensato appoggiati alla parete della galleria. La verticalità nipponica contrasta così con l’orizzontalità giapponese. “Nipponica” perché come il termine coniato dai Cinesi per definire i loro vicini, indica l’artificiosità di un costrutto proveniente dall’esterno come quello mostrato da Pinckers. “Giapponese” come rafforzamento dell’idea di autenticità degli scatti di Yokota che conosce il Giappone perché lo abita dalla nascita.

Riflessione e Intuizione
La “fotografia inscenata” di Max Pinckers induce a riflettere sull’ambivalente rapporto dell’occhio contemporaneo con il mondo. Le aspettative nutrite nei confronti del reale, considerato fino alla metà del secolo scorso come il luogo del vero, determinano, infatti, un cambiamento nel modo di intendere la fotografia che da documento si fa illusione. La descrizione lascia il posto ad un nuovo ordine di rappresentazione visiva che si pone come un interrogativo nei confronti dello spettatore, sfidandolo a mettere da parte il ruolo descrittivo delle immagini per esplorarne, invece, il potenziale estetico, artificiale, sur-reale. Cosa è davvero presente nel mondo? Quanto di ciò che i nostri occhi registrano è frutto di proiezioni illusorie? Siamo forse proiezioni noi stessi? La vita è teatro?

A queste domande non esistono risposte corrette oppure errate. Solo soluzioni temporanee possono essere abbozzate e la fotografia è un buon modo per iniziare a penetrare la superficie del mondo vedendo cosa si nasconde al di sotto.

A completamento della mostra verrà pubblicato in luglio dalla casa editrice Rorhof, un catalogo che contribuirà a inspessire ulteriormente la tridimensionalità degli scatti della fotografia giapponese e la teatralità di quella occidentale. In nome della semplicità nipponica, il libro d’artista concepito graficamente da Nicolò Degiorgis come un origami, includerà immagini dell’allestimento della mostra negli spazi di foto-forum scattate con un cellulare. Il catalogo sarà completato da un intervento in italiano, tedesco e inglese del critico fotografico Colin Pantall.